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La comunità:
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Storia
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Bruno Hussar
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Riferimenti bibliografici
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Storia
Così
si legge nel libro autobiografico di Bruno Hussar "Quando
la nube si alzava":
"Dopo aver fondato la Casa Sant'Isaia e assicurato il suo
orientamento come Centro di studio, grazie alla presenza dei
Padri Marcel, Jacques e Gabriel, avevo ripreso a sognare:
la riconciliazione tra ebrei e cristiani non richiedeva qualcosa
di più, oltre a studi e incontri, per quanto profondi potessero
essere sul piano intellettuale? Il pensiero è necessario e
importante, ma è sufficiente? Non occorreva escogitare un modo
perché ebrei e cristiani, così profondamente divisi dalla
storia e dai pregiudizi, potessero comunicare in una forma
di vita associata, in una comunità, fedeli ciascuno alla propria
fede e alle proprie tradizioni, e pienamente rispettosi delle
altrui? Fu questa la prima forma del sogno di Nevè Shalom.
Dopo la guerra dei Sei Giorni, molte cose cambiarono. Gerusalemme
venne unificata; così, all'improvviso, il mondo arabo fece
irruzione nella vita quotidiana della città e nei miei sogni
per l'avvenire. Questo mondo arabo era già presente in Israele,
sotto forma di una minoranza comprendente il 12% della popolazione,
e cioè circa 300.000 abitanti, ma io non ero stato sensibilizzato
a questo aspetto della realtà israeliana, ancora lontana,
in quel momento, dall'importanza che avrebbe assunto in seguito.
Era
impossibile ipotizzare una comunità di vita tra cristiani
ed ebrei in Israele, senza tener conto degli altri figli di
Abramo - gli arabi, musulmani e cristiani - che abitano su questa
terra: E' così che l'idea di Nevè Shalom cominciò a concretizzarsi
in me."
"Pensavamo a un piccolo villaggio composta da abitanti provenienti
dalle diverse comunità del paese. Ebrei cristiani e musulmani
vi vivrebbero in pace, ognuno fedele alla propria fede e alle
proprie tradizioni e rispettoso delle altrui, trovando in
questa diversità una fonte di arricchimento personale. Scopo
di un tale villaggio: divenire una "scuola di pace". In ogni
paese esistono accademie dove, per anni, viene insegnata l'arte
della guerra. Ispirati dalla parola profetica "..un popolo
non alzerà più la spada contro un altro popolo e non impareranno
più l'arte della guerra", perché anche la pace è un'arte:
che non si improvvisa, ma deve essere insegnata. Al villaggio
si verrebbe da ogni angolo del paese per incontrare "l'altro",
per abbattere i muri della paura, della diffidenza, dell'ignoranza,
dell'incomprensione, dei pregiudizi-tutte cose che ci separano-
e costruire ponti di fiducia,di rispetto,di reciproca comprensione
e, se possibile, di amicizia. Tale
scopo verrebbe perseguito mediante corsi, seminari, tecniche
di psicologia di gruppo, lavoro fisico fatto in comune e serate
ricreative."
"La parte più problematica del nostro sogno era il terreno:
come trovarlo, senza mezzi finanziari e senza appoggi influenti?
Dopo ricerche infruttuose ed alcune speranze deluse, con nostra
grande sorpresa un terreno di 40 ettari ci cascò dal cielo.
Il monastero trappista di Latroun ci offrì una collina che
prima della guerra del giugno 1967 era stato territorio smilitarizzato
e "terra di nessuno", tra Israele e la Giordania. Mediante
un affitto simbolico di 3 centesimi annui e un contratto di
un secolo, da rinnovarsi entro il 49° anno, questa collina
divenne il luogo in cui il sogno di Nevè Shalom avrebbe potuto
realizzarsi."
"Ricordo quei due primi anni a Toron, accanto alle rovine
del castello dei Crociati: solo chi li ha vissuti ne ha conosciuto
le innumerevoli difficoltà e le spossanti fatiche. Ricordo
i primi incontri tra ebrei e arabi-cristiani e musulmani-
a Gerusalemme in casa di Rina. Poi la vita dei primi "pionieri"
sulla collina, senz'acqua, senza un solo albero (acqua e ombra
sono le cose più indispensabili nella nostra regione), senza
elettricità, senza strade carrozzabili in tempo di pioggia.
Ricordo come questo terreno-incolto e disabitato dall'epoca
bizantina e ricoperto solo da pietre e da rovi, cominciò a
trasformarsi-grazie soprattutto alla dedizione e alla fatica
di Guido e di Jonathan, che ci hanno poi lasciato... Le prime
riunioni si svolsero in un'atmosfera di semplicità e di amicizia,
senza pretese, e nella gioia,con la partecipazione dei beduini
accampati intorno a noi, di arabi e di ebrei venuti dai villaggi
e dai kibbutzim dei dintorni. Si cantava, si danzava, e si
pregava per la pace."
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Padre Bruno Hussar, artigiano di pace
Quando
Bruno Hussar morì a Gerusalemme nel febbraio 1996, il cardinale
di Milano Carlo Maria Martini rivolse alla comunità di Nevé
Shalom / Wahat as-Salam un messaggio di cordoglio nel quale,
fra l'altro, scriveva: "Padre Hussar, che ho conosciuto personalmente
e ho apprezzato quale profeta di riconciliazione e pace in
Israele, ha realizzato il sogno di unire ebrei, cristiani
e musulmani in una vita intessuta di preghiera e silenzio
e rimarrà sempre luminoso esempio di fede e di speranza".
Coinvolto da decenni "quale diretto e partecipe testimone"
nel dramma del conflitto che ha fatto del Vicino Oriente,
per oltre mezzo secolo, una delle aree più "calde" e a rischio
del mondo, Hussar si è speso senza risparmio e con acuta intelligenza
per modificare quella situazione: lavorando a far cadere i
muri della paura, a sgretolare gli stereotipi, a promuovere
la conoscenza dell'altro e a costruire, entro una realtà solcata
da dolorosissime lacerazioni, ponti di rispetto, di collaborazione
e, ove possibile, di amicizia.
Nato in Egitto nel 1911 da padre ungherese e madre francese,
entrambi ebrei non praticanti, frequenta al Cairo il liceo
italiano. All'età di 18 anni si trasferisce in Francia, conseguendo
a Parigi la laurea in ingegneria. Nell'autobiografia Quando
la nube si alzava... (d'ora in poi QNA), Hussar afferma che,
privo d'ogni educazione religiosa ma assetato d'assoluto,
riceve "il battesimo il 22 dicembre 1935, all'età di 24 anni"
(p.20). E sùbito sottolinea: "Entrai immediatamente in un
universo in cui tutto era sacro, senza sapere ancora fino
a che punto la mia identità ebraica vi si esprimeva. Non vivevo
che per Dio, con Dio, in Dio" (ibid.). Nel 1937 ottiene la
cittadinanza francese. Durante gli anni della guerra e dell'occupazione
tedesca "Hussar che, secondo le leggi naziste, è a tutti gli
effetti un ebreo, "affronta" l'amara esperienza dell'antisemitismo"
(QNA, p.31).
L'ingresso nell'Ordine dei domenicani (dicembre 1945) e la
successiva ordinazione sacerdotale (luglio 1950) segnano nella
sua vita una svolta decisiva. Un giorno il Padre Provinciale,
Albert-Marie Avril, "mi confidò il suo desiderio di aprire
nella parte ebraica di Gerusalemme un centro di studi sull'ebraismo,
analogo al Centro domenicano di studi islamici del Cairo.
Aveva pensato a me, ebreo di nascita, per questa fondazione,
e mi chiedeva di riflettervi. Capii più tardi fino a che punto
l'idea del Padre Avril, tutt'altro che condivisa da tutti
i Padri più autorevoli della Provincia, fosse profetica e
importante, non solo per l'Ordine ma per tutta la Chiesa"
(QNA, p.38). Da quest'idea nascerà in breve tempo, a Gerusalemme,
la Casa di Sant'Isaia.
Hussar si imbarca a Marsiglia per Israele nel giugno 1953,
poco più che quarantenne. Durante i primi tempi del suo soggiorno
nel Paese, cerca di formarsi un'opinione diretta e personale
circa i destini del popolo ebraico. "Mi chiedevo quale poteva
essere il significato del suo ritorno sulla terra dei padri,
e riflettevo su questo straordinario avvenimento alla luce
delle Scritture. Provavo un senso di disagio ascoltando o
leggendo quanto pensavano in merito i miei amici cristiani.
[...] Mi pareva che modestia e pudore richiedessero di rispettare
il velo con cui Dio aveva voluto avvolgere" il rapporto tra
le Scritture e gli avvenimenti relativi allo Stato d'Israele
(QNA, p.55). Più tardi, nel ripensare ai primi sei anni trascorsi
nel Paese, Hussar ha "l'impressione di avere camminato sulle
uova cercando di non romperle: uova rabbiniche e uova ecclesiastiche..."
(QNA, p.53).
Negli ambienti cristiani, "mi guardavo bene dallo svelare
le mie origini ebraiche. Con un clero apertamente ostile allo
Stato d'Israele, nonché, il più delle volte, chiaramente antisemita,
avrei rischiato di perdere ogni autorità per chiarire le cose".
Un giorno, durante il pranzo, "il parroco maronita mi chiese:
‘Ma perché studia l'ebraico? Che cosa vuol fare con gli ebrei?
Non sa che sono tutti furbi o cattivi?' [...] Un'altra volta
mi trovavo dal parroco greco-cattolico. Mentre tentavo discretamente
di moderare ed equilibrare certi suoi apprezzamenti oltranzisti
contro gli ‘ebrei', mi sentii rispondere: ‘Ma lei non può
negare che si tratta di un popolo maledetto da Dio!'" (QNA,
pp.51-52). Parole dure all'orecchio d'un uomo, come Hussar,
nel cui intimo "andava radicandosi una certezza profonda:
sono figlio d'Israele! Il popolo fra cui vivo è il mio popolo,
questa terra è la mia terra" (QNA, p.58).
Nel nuovo clima che investe i rapporti ebraico-cristiani durante
il pontificato di Giovanni XXIII, Hussar "che nel 1965 ottiene
la cittadinanza israeliana" affianca al Concilio Vaticano
II il cardinale Augustin Bea nell'elaborazione del "testo
ebraico", divenuto poi il 4° paragrafo della Dichiarazione
Nostra Aetate sull'atteggiamento della Chiesa verso le religioni
non cristiane.
La guerra dei Sei giorni (giugno 1967) e le sue conseguenze
fanno emergere in tutta evidenza la rete intricatissima delle
conflittualità che dilaniano il Vicino Oriente. "C'è il conflitto
principale tra ebrei e arabi", chiarisce Hussar, "poi innumerevoli
conflitti, tra ebrei e cristiani, musulmani arabi e cristiani
arabi, tra cristiani e cristiani, tra ebrei ed ebrei [...].
Non vedono il volto dell'altro, non sono interessati al volto
dell'altro" (da "La storia di un sogno", in "Ho sentito parlare
di un sogno...", p.27).
Poiché non ci si può occupare di tutti i conflitti, Hussar
restringe la sua attenzione ai due popoli che nello Stato
d'Israele si fronteggiano come nemici, e comincia a sognare
un villaggio "Nevé Shalom / Wahat as-Salam (Oasi di Pace)"
nel quale ebrei e arabi palestinesi vivano nell'uguaglianza,
nella pace, nella collaborazione e nell'amicizia. Fondata
nel 1974, l'"utopia" di Bruno Hussar non tarda, pure fra mille
ostacoli, a trasformarsi in realtà. Nel giro di pochi anni
la piccola comunità binazionale e la sua Scuola per la pace
diventano il teatro di un importantissimo mutamento di mentalità,
di un'operazione qualitativamente preziosa di disinnesco di
quell'enorme bomba emotiva, irrazionale, che il cumulo di
tragedie e di ingiustizie consumate nel Vicino Oriente negli
ultimi decenni è andato producendo. E paradossalmente proprio
NSh/WAS, questo presunto "esperimento utopico", finisce per
svolgere il ruolo imprevedibile di "campione del realismo",
grazie alla sua capacità di evitare gli scogli insidiosi del
fondamentalismo religioso e dell'estremismo politico, e di
prefigurare lucidamente una situazione di convivenza ragionevole
e secolarizzata fra persone che si identificano con tradizioni
religiose, culture, nazionalità diverse e conflittuali.
Ma nella visione profetica di Bruno Hussar, nel suo vigile
spirito precursore "uno spirito che, per molti versi, è avanti
almeno d'una generazione rispetto alla cultura del suo e del
nostro tempo " il momento forse più alto è l'idea di uno "spazio
di Silenzio", di un luogo "in cui tutti potranno venire a
raccogliersi, dove ogni culto potrà essere reso a Dio, nella
fedeltà alla propria tradizione e nel rispetto delle altrui"
(QNA, p.131). Alludo alla bianca cupola di Dumia (in ebraico,
"silenzio") edificata ai piedi della zona residenziale di
NSh/WAS, e nei cui pressi i resti mortali di Bruno ora riposano.
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Riferimenti Bibliografici
Quando la nube si alzava
Bruno Hussar
Marietti, Genova - Milano, 1996, 2004
1988, 180 pagine (Inglese / Francese)
Shalom Bruno, raccolta di testimonianze in memoria di Bruno
(inglese / francese)
edito nel 1996/97 dagli Amici Italiani su richiesta del
Villaggio.
Oasis of Dreams: Teaching and Learning Peace in a Jewish-Palestinian
Village in Israel
Grace Feuerverger
Routledge Falmer, 2001.
Israeli and Palestinian Identities in Dialogue (Arabic,
Hebrew, German, English)
Rabah Halabi
first published 2000 by Hakibbutz Hameuchad Press. English
ed. Rutgers University Press, 2004
Bruno Hussar, Profeta del dialogo
Graziella Merlatti
Ancona, Milano 2001
Porte senza porta
Beppe Sebaste, Milano 1997
Lettere dalla Collina N° 13
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